L’Impresa vivente: dove si ricompone il conflitto tra profitto e bene comune

La visione d’impresa di Massimo Mercati, AD di Aboca – healthcare company nata oltre quarant’anni fa a Sansepolcro, in Toscana – nasce dallo studio della natura, da una visione sistemica e dal concetto di interconnessione; ci è sembrato pertanto la miglior rappresentazione plastica di quanto abbiamo voluto raccontare nelle nostre riflessioni e per questo abbiamo voluto intervistarlo. 

“L’impresa vivente” è il suo modello, che si basa sulla ricerca delle regole di base che servono per comprendere i sistemi complessi naturali e li applica alla visione d’impresa. In questo senso l’impresa non può essere vista avulsa dal contesto, perché ne è parte integrante, ed è intesa come una comunità fra le comunità: che significa accoppiamento strutturale fra impresa e ambiente da un lato; e un modo preciso di vedere il ruolo dei membri all’interno della comunità, dall’altro.

“Se cerchiamo nella natura risposte ai bisogni dell’uomo è perché crediamo che vi sia una condivisione di pattern e schemi che possono consentire un dialogo”. In questo senso, ci dice Mercati “ciò che facciamo non è ‘per noi’, ma è legato e connesso al bene comune”. In una visione che vede l’uomo parte integrante della natura, che non può essere vista come un oggetto da dominare e rispetto alla quale la nostra impotenza è evidente, anche l’economia deve cogliere una logica diversa, quella dei padri fondatori dell’economia civile, che all’ homo homini lupus preferirono l’homo homini natura amicus.

Il quadro valoriale e di senso su cui poggia la strategia aziendale di Aboca, quindi, non è un mero posizionamento commerciale. La storia, le attività, le scelte e le relazioni che questa impresa pratica sono molto coerenti con la visione che le guida. E questo, anche da un punto di vista commerciale, è un comportamento che paga – ci assicura Mercati – rispetto a logiche predatorie o di competizione sui prezzi, sui cui oggi non si gioca più alcuna partita, perchè si perde la fiducia dei consumatori. Il cambio di paradigma non è quindi solo una questione etica, è anche una questione di profitto. Un utile che, nel framework dell’impresa vivente, non è in antitesi con il bene comune, perchè gli utili diventano il mezzo per raggiungere uno scopo ben definito in un questo quadro di senso circolare, che lega impresa, ambiente, salute e comunità in una logica generativa e non estrattiva di valore. 

A dimostrazione della tesi, i fatti parlano di un gruppo che negli anni arriva ad essere presente in 16 Paesi, con 1500 dipendenti e un fatturato di 228 milioni di euro. Aboca ha realizzato un sistema integrale e verticalizzato di produzione unico al mondo, coprendo tutta la filiera, dall’agricoltura biologica alla distribuzione farmaceutica, nell’ambito dei complessi molecolari naturali. E i numeri relativi allo scorso anno (+4% di crescita e 259 nuove assunzioni) premiano una leadership che ha scelto di investire in R&S (ricerca e sviluppo) oltre 10 milioni di euro e di tessere una rete di collaborazioni internazionali (Università di Cambridge, Imperial College of London, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) tesa anche a numerosi studi clinici (in corso sono ben 18) di botanica, fitochimica, biologia dei sistemi e farmaceutica. Ma il tratto distintivo di questa realtà è essere il cambiamento che produce:  una Società Benefit nel cuore della Toscana (Sansepolcro, AR), estesa su 1.700 ettari di coltivazioni biologiche, con 67 specie di piante, dove sono esclusi da ogni fase produttiva conservanti e sostanze artificiali, con un approvvigionamento energetico fotovoltaico che garantisce già 1 mln Kwh del fabbisogno elettrico e una percentuale di rifiuti riciclati dell’85% . La promozione della qualità della vita dell’intera comunità si manifesta anche in un’intensa attività culturale di eventi, didattica, pubblicazioni e divulgazione scientifica e culturale.

La crisi che stiamo vivendo deve essere interpretata come una spinta al cambiamento, è necessario abbandonare definitivamente una visione di lotta e di conflitto (alla Hobbes o Smith), che viene temperata dal Leviatano e dal mercato; per spostarsi sulla traiettoria dell’homo homini natura amicus che si svolge attraverso la responsabilità d’impresa, la sussidiarietà circolare e la creazione di valore. Un valore che va oltre i parametri del Pil e si traduce in quella che Fritjof Capra chiama crescita qualitativa. Su queste logiche, una volta comprese, c’è da sviluppare un sistema.

Un cambiamento di paradigma culturale che deve partire dal basso, ma non può essere lasciato solo alla responsabilità individuale, collettiva o alla “responsabilità attiva” di cui Mercati parla per la sua impresa connessa con la comunità; qual è la parte che devono fare la politica e le istituzioni?

Secondo Mercati la politica ancora oggi non è stata in grado di leggere l’attuale e di muoversi in una direzione univoca. Il Green Deal europeo è sicuramente la direzione giusta, ma bisognerà vedere come sarà implementato. Se si risolverà nel dare aiuti ad aziende non sostenibili, sotto forma di ammortizzatori per la transizione, continueremo in realtà a finanziare il vecchio modello.  Invece c’è la necessità di porre la politica di fronte al cambiamento.

“In generale manca e mi stupisce confessa Mercati che la politica non abbia ancora adottato una matrice ideologica forte alla sua base, che per me non è nè di destra nè di sinistra, ma si rifà ai principi dell’economia civile”.

La politica, come l’impresa – continua Mercati – è vittima di un pensiero corto, ricerca redditività nel breve periodo, mentre c’è la necessità di investire su crescite selettive, ossia la necessità di schierarsi e fare delle scelte. Di fondo riscontro una scarsa preparazione culturale, non si è ancora compreso come i nuovi modelli di creazione del valore siano concreti, dimostrabili e profittevoli”. 

Un ultimo passaggio sulla fiducia, che sembra essere la chiave di volta su cui agire il cambiamento. Come guadagnarla o ricostruirla? La fiducia in Aboca è stata costruita in anni di comportamenti coerenti, partendo dalla forte condivisione interna del “purpose” aziendale, allo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, tutto nel gruppo racconta e rappresenta la matrice di senso su cui si fonda.

Poi c’è la fiducia nel futuro – conclude Mercati – e questa dovrebbe essere costruita da chi ci governa, trasferendo la forza di un pensiero lucido e coerente su un futuro possibile e sostenibile. Abbiamo bisogno di un progetto di senso in grado di costruire valore e in cui poter riporre la nostra fiducia”. 

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