Prima di domani

6 PROPOSTE D’AZIONE PER RIDISEGNARE IL FUTURO A PARTIRE DA OGGI

Ecco perché, a fronte della situazione di crisi derivante dall’emergenza Coronavirus, dobbiamo riuscire a rispondere al presente con misure che servano contemporaneamente i bisogni di oggi e quelli – cambiati – di domani. 

E’ nostra opinione, come persone e come professionisti, che non si possa dare priorità all’emergenza a prescindere da ciò che vogliamo in futuro, perchè dovremo affrontare la ricostruzione alla luce di una duplice criticità e sfida: un’offerta indebolita e una domanda mutata. 

Questo è un grande campo d’indagine, da cui dovremo partire per ridisegnare i business, le attività al pubblico, i servizi di interesse collettivo e le istituzioni, non tanto per la rincorsa al futuro (che, si sa, è sempre un passo avanti), quanto a qualcosa di più importante: ciò che questa crisi avrà reso più evidente così come più necessario; ciò che sarà divenuto irreversibile; ciò che – alla luce di quello che avremo imparato – bisognerà ridisegnare per rendere il cambiamento praticabile e sostenibile nel tempo

“Per il maratoneta Sam l’obiettivo a lungo termine rimane quello di correre la maratona in 3 ore e 10 minuti e qualificarsi per la gara di Boston. Dire semplicemente che vuole correre così velocemente non basta. Sam deve invece pianificare i suoi allenamenti e modificare il proprio stile di vita. Per farlo deve intervenire nel presente e nel prossimo futuro lasciando che i suoi obiettivi a lungo termine guidino le sue azioni. Considerare queste azioni come dei sotto-obiettivi dà a Sam maggiori possibilità di raggiungere il suo obiettivo finale”.

(CIT.  Running Flow: tecniche mentali per correre più velocemente di Mihaly Csikszentmihalyi, Philip Latter, Christine Weinkauff Duranso Edizioni FS – Società Italiana di Psicoterapia Integrata per lo Sviluppo Sociale – SIPISS 2017).

NEL BENE E NEL MALE

Fin dal primo giorno di emergenza più di una voce nel mondo dell’analisi economica, politica e sociale, ci ha suggerito che l’attuale crisi fosse una grande occasione di ripensamento e cambiamento: dei nostri stili di vita, dei modelli di lavoro e di business, del nostro modo di stare insieme e pensarci come comunità. Qualcuno si è spinto a dire che questo stop obbligato agli spostamenti, questa riduzione della velocità, o la razionalizzazione forzata dei consumi, fossero non solo inevitabili, ma anche auspicati per imporci in modo ancora più forte la riflessione sul senso e la sostenibilità del modello neolibertista, così come delle nostre pratiche quotidiane, oltre che sulla necessità di attuare dei cambiamenti per renderci più resilienti rispetto a shock che possono arrivare da un momento all’altro. 

L’emergenza ha letteralmente scoperto i nervi del sistema globale, mettendo in evidenza come non mai i limiti della governance internazionale (G7 ed Europa); politiche per nulla lungimiranti in ambito sanitario; un sistema del lavoro (e di ammortizzatori sociali oggi) debole, frammentato e che alimenta le diseguaglianze sociali escludendo intere fasce di lavoratori (da quelli delle piattaforme, alle badanti); i bugs e la grande necessità di servizi digitali (pubblici e privati); l’enorme bisogno e ruolo delle comunità, delle reti corte di solidarietà, collaborazione e condivisione; l’apporto fondamentale dei soggetti del terzo settore e la funzione essenziale delle cooperative sociali (chi si occupa di servizi socio sanitari oggi sta letteralmente vivendo un incubo); il bisogno vitale e la grande ricchezza delle espressioni culturali (che stiamo cercando di fruire in tutti i modi digitali possibili); la centralità delle relazioni umane. Tutti i nodi sono venuti al pettine.

La lezione fondamentale che dovremmo apprendere da questo fenomeno imprevisto è che bisogna imparare a guardare lontano, a ragionare in modo sistemico e a progettare i nostri “anticorpi”, ossia le risorse strutturali che ci renderanno in grado di rispondere agli attacchi, alle crisi e al cambiamento ogni volta che sarà necessario: quando si disegnano le policy (investiamo o no sulla sanità pubblica?), quando si definiscono i business plan (quanto è sostenibile oggi un business che non guardi agli impatti ambientali e sociali?), quando si creano nuovi prodotti (anticipando i bisogni che questi dovranno poter soddisfare), quando si progettano i servizi (cosa ci chiederanno domani i nostri clienti?). 

Rispetto a questa complessità, la domanda che più ci stiamo ponendo è come le nostre competenze possano rendersi utili, oggi e domani, tra la necessità che tutti hanno (con vari livelli di urgenza e gravità) di gestire il presente e quella di non trovarci impreparati quando arriverà il momento (perchè arriverà) di ripartire. 

L’analisi del contesto, la mappatura dei bisogni e la relazione di scambio sono di fatto gli elementi alla base di ogni processo di design del cambiamento e dell’innovazione. E, come ricercatori e designer, crediamo che siano gli strumenti di cui oggi c’è più bisogno per dare senso allo sconvolgente cambiamento che stiamo vivendo.

A partire da oggi, e per le prossime settimane, proveremo quindi a percorrere questa strada insieme, cercando di scomporre il quadro, osservando e cercando di porci le giuste domande (non è ancora il tempo delle risposte) da cui ripartire. Vi proponiamo 6 approfondimenti tematici, ognuno dei quali sarà accompagnato da interviste ad esperti, amministratori, protagonisti o rappresentanti di mondi economici e civici; e una linkografia di contributi specifici frutto della nostra ricerca, arricchita dall’Archivio di fonti messo a disposizione dall’Osservatorio per l’emergenza attivato dalla Fondazione Innovazione Urbana di Bologna.

La nostra riflessione sarà anche ospitata, settimanalmente, dalla testata online Gli Stati Generali

#1 – Chiediamoci cosa vogliamo veramente. Una nuova offerta per una nuova domanda

Dal nostro punto di vista, Covid-19 disvela prima e rafforza poi un profondo cambiamento nelle esigenze delle persone e quindi, in prospettiva, nella domanda di beni e servizi. La “vita di prima” ci manca e saremo felicissimi di tornare ad uscire di casa, incontrare i nostri colleghi, vederci con gli amici, andare al cinema, fare attività all’aria aperta e mandare i figli a scuola; torneremo a viaggiare? ma faremo tutto questo esattamente come prima?
E’ probabile che il giorno in cui torneremo “alla normalità”, scopriremo che ci mancheranno altrettanto alcune esperienze vissute in queste settimane, perchè la lunga permanenza in questa situazione creerà i presupposti del formarsi di nuove abitudini, creando, di fatto, una nuova condizione (lavoro da remoto, tempo con i nostri familiari, scuola digitale, acquisti online, piattaforme streaming di video e formazione, aperitivi in hangout con amici lontani, servizi pubblici online che non avevamo mai usato prima). L’antropologo Agustín Fuentes parla addirittura di nuovi rituali sociali: chissà se torneremo a stringerci la mano?

Ci saranno cose che non vorremo più fare ed altre a cui non vorremo più rinunciare: è possibile che questo cambiamento ci porterà a modificare per sempre le nostre scelte di vita, d’acquisto, politiche e civiche (il nostro essere “domanda”, appunto). Tutti ripenseremo le nostre esistenze e, per convinzione o necessità, lo faremo pensando ad un nuovo ed ecosistemico concetto di benessere, individuale e collettivo e di sostenibilità, ambientale e sociale. Il 24 marzo Giuseppe Sala, Sindaco di Milano – la città che produce da sola il 10% del Pil Italiano – ha dichiarato: “Milano non sarà più come prima, sarà qualcosa di diverso, ma dovremo riprenderci quella leardership. Qualunque processo di ricostruzione, però, dovrà ripartire da tre pilastri: la questione ambientale, la giustizia sociale, la salute”. Domanderemo tutto ciò in più di prima e più di prima, e chi sarà in grado di rispondere vincerà la nostra fiducia. Ecco perché bisogna contemporaneamente lavorare sul proteggere la domanda, riprogettando l’offerta.

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#2 – Immaginiamo una nuova socialità. La città è un software da aggiornare

Per chi si occupa di rigenerazione urbana la nozione di “software urbano” è ormai ampiamente nota. Con questa si intende la parte immateriale (relazioni, servizi, identità) che trasforma gli spazi (strade, piazze, palazzi, parchi) in luoghi (ambienti vivi, piattaforme di relazioni e contenuti). Il Covid-19, a differenza di una guerra o un terremoto, lascia intatti gli spazi. Ma senza le persone, senza una funzione per gli essere umani, senza essere visti, abitati e vissuti, che senso hanno? Covid-19 mette in crisi proprio questo senso, blocca il software lasciando intatto l’hardware.

La gente dove andrà?” si domandava già nel 1902 Ebenezer Howard in “Garden Cities of to-morrow”. La domanda di incontro non è morta oggi e lo sarà ancor meno domani: per chi la saprà intercettare adattando il proprio business model, usando nuovi strumenti e piattaforme, privilegiando la cura di ogni singola persona rispetto all’attrazione della massa indistinta, ci saranno delle opportunità. Quali offerte stiamo costruendo per rispondere a questa domanda del prossimo futuro?

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#3 – Investiamo in resilienza pubblica e privata. Servizi pubblici, universalismo e welfare bene comune

Uno Stato innovatore, per dirla à la Mazzucato, è ciò di cui c’è tanto bisogno: capace di assorbire rischi collettivi ma anche di investire, in grado di liberare il potenziale del privato ma senza rinunciare alla sua leadership. In termini di innovazione (nelle forme di governance, nelle modalità di partnership pubblico-private, nel redesign dei servizi) c’è molto da fare.
“ll progetto della resilienza è ben diverso da quello dell’efficienza: e va adottato per i sistemi pubblici essenziali. Si tratta di costruire sistemi dotati di ridondanza, di flessibilità, privi di fragilità: il che implica un rapporto forte con la comunità, l’accesso a risorse messe a riserva, la possibilità di ricorrere a persone che sono preparate ma di solito fanno altro, e così via”(De Biase). In questo senso pubblico e privato hanno molto da imparare e da fare per riprogettare i propri servizi, dovranno farlo per necessità e con la consapevolezza di preservare un sistema con forti investimenti.

Su questo fronte non si dovranno muovere solamente le politiche ma anche la platea degli enti erogatori (fondazioni private, pubbliche e di origine bancaria) che dovranno con decisione investire nel rafforzamento organizzativo delle tante realtà che abitano questo settore.  I progetti, in tempo di crisi, si possono fermare. Ma per ripartire c’è bisogno di organizzazioni strutturate, capaci di adattarsi, in grado di valorizzare le competenze interne e di accogliere supporto esterno. Investire sulle organizzazioni permette non solo di far ripartire i progetti, ma anche di contare su realtà dotate delle giuste competenze – o anticorpi – per renderli adatti al contesto che cambia. 

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#4 – Non sottovalutiamo il nostro potenziale. Economia collaborativa, cooperazione e attivismo civico

Anche in presenza di un sistema pubblico ampio e universalistico, l’emergenza Coronavirus con la sua portata e natura sistemica chiama in causa tutti, attori pubblici e privati, e più che mai anche i cittadini. L’Italia si è scoperta ricca di risorse, umane, materiali, immateriali e finanziarie, e ha messo in moto una capacità impressionante di mobilitarsi di fronte alla sfida comune. Senza dubbio, la crisi del Covid-19 sta realizzando una grande prova generale di cooperazione, condivisione e solidarietà, facendo uscire queste parole (ed esperienze) dalle nicchie, e portandole a tutti, mettendone alla prova l’inclusività.

Le nostre città oggi sanno che la capacità di attivazione delle nostre comunità è ben più della buona volontà, è un carattere del DNA, una competenza, una risorsa su cui sappiamo ogni volta di poter contare (e che in momenti di “pace” dimentichiamo di avere, esercitare e nutrire). Su questo grande test e su ciò che ci insegna, dovranno riflettere il mondo della cooperazione, della solidarietà e dell’economia collaborativa, inventando formule nuove a partire dalle esperienze di maggior successo in ciascun ambito e contesto.

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#5 – “Aumentiamo” la nostra intelligenza. Intelligenza collettiva e intelligenza artificiale

Affrontare l’emergere di una nuova pandemia globale è un compito complesso. Gli approcci di intelligenza collettiva vengono utilizzati in tutto il mondo, da comunità e governi per rispondervi. I progressi nelle tecnologie digitali hanno poi “aumentato” le capacità dell’intelligenza collettiva grazie a quella artificiale: aiutandoci a generare nuove intuizioni da nuove fonti di dati. Dalle piattaforme dati predittive, alla modellizzazione degli andamenti del virus, dai sistemi di monitoraggio real time, alla diagnosi, l’intelligenza artificiale sta giocando e può giocare un ruolo di nella ricerca medica e nel contenimento dell’epidemia.

Di contro, le condizioni eccezionali della pandemia mondiale, i frequenti richiami allo status di “guerra”, i poteri speciali che gli Stati evocano a sè in queste circostanze anche rispetto al dispiegamento di mezzi tecnologici lesivi della privacy individuale, ovviamente sono un argomento correlato su cui molti si stanno interrogando da un punto di vista etico e politico. La recente ricerca che abbiamo condotto per NESTA UK su questo tema, ci suggerisce una doverosa riflessione sul ruolo dell’intelligenza collettiva e dell’ intelligenza artificiale, tra punti di forza e di debolezza, anche nella gestione delle emergenze.

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#6 – Abbandoniamo un modello che ha già fallito. Salute Globale, ecologia e diseguaglianze

In una nuova lunghezza di pensiero che la pandemia globale, come catastrofe, impone, non possiamo non fare delle considerazioni più ampie e non tenere conto dei temi della salute globale, dell’ecologia e delle disuguaglianze generate dal nostro sistema economico, perchè sono le “mega variabili” che hanno condizionato il presente e su cui si dovrà basare qualsiasi progettazione sul futuro. Per fare gestione del rischio collettivo, ad esempio, ed attivare PPP (partnership pubblico privato) di nuova generazione, bisogna partire da quelli che sono i maggiori rischi potenziali. Già da anni il WEF indica fra i maggiori rischi collettivi quelli ambientali. In altre parole l’ambiente è fattore critico di successo nella riprogettazione di servizi pubblici, universalismo e welfare;

il tema della Salute Globale e dei suoi determinanti economici, sociali e ambientali, diventa di fatto “il tema”. Così come le pratiche solidali e di nuovo mutualismo non potranno che fondarsi  su una nuova cultura di stampo ecologista (e non solo ambientalista), che parta dall’equilibrio ecosistemico di tutti gli stakeholder che compongono la “comunità”, che vive in territori/spazi/luoghi salubri e sostenibili e che propone servizi particolarmente attenti alla sostenibilità anche ambientale. Come già detto, non esisterà più alcuna progettazione sostenibile del futuro (o meglio, alcun futuro), che non tenga in considerazione, in ogni politica, in ogni attività imprenditoriale, sociale e culturale, il peso delle determinanti di salute globale.

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