Prima di domani. Immaginiamo nuove modalità di relazione

Le città come un hardware da riprogettare e un software da aggiornare

Gli effetti della pandemia globale mettono ancora una volta in luce la storica distinzione tra urbs e civitas, tra ville e cité, tra “hardware” e “software” – diciamo noi -, ossia tra la dimensione fisica, spaziale delle città e la vita, la cultura e le funzioni che la abitano. Ma ancor più importante della distinzione è, in questo caso, la relazione tra questi due poli. 

È impossibile comprendere l’aspetto fisico di una città senza considerare la cultura, il modo di vivere proprio dei soggetti che l’hanno costruita e che l’hanno abitata. E’ ugualmente facile comprendere come la cité, ovvero il modo in cui abitiamo e facciamo esperienza dello spazio urbano, sia profondamente influenzato dalla ville, ovvero dal modo in cui lo spazio è costruito. Ci troviamo davanti ad una relazione circolare in cui i nessi di causa ed effetto agiscono in entrambi i sensi, dalla ville alla cité e dalla cité alla ville, come dice Richard Sennett in “Costruire e abitare”. 

L’oggi cambiato, l’oggi che ha lasciato intatto l’hardware ma bloccato il software, l’oggi del distanziamento sociale, della paura del contagio, delle ancora più visibili diseguaglianze, del lavoro da remoto e della mobilità individuale, l’oggi dello shock ci impone una “ricostruzione”: riprogettare l’ hardware e riprogrammare il software, a partire da quello che sta accadendo e sarà cambiato definitivamente, ma farlo guardando ad un nuovo modello di sviluppo urbano e sociale sostenibile, che cancelli i bugs del passato e realizzi infrastrutture fisiche e sociali “antifragili”, proprietà che Nassim Taleb attribuisce ai soggetti che non solo sono in grado di reagire agli shock (resilienza), ma di farlo diventando migliori di prima, capaci di affrontare l’ignoto, lo sconosciuto, anche ciò che non riescono (ancora) a capire.  

Nel “ricostruire”, secondo noi, dovremo ancora una volta partire dalla tensione e relazione tra “la città di pietra” e “la città di carne” (come la chiama Ilda Curti) ampliando la riflessione alla relazione tra città e bordi e tra città ed aree interne; al ruolo chiave della tecnologia – guardando con rinnovato interesse alla smart city cooperativa, di cui Sennett aveva già tracciato i connotati e la necessità – ; e alle infrastrutture comunitarie in grado di trasformare il valore dello scambio, dei luoghi, del territorio e finanche della proprietà. 

Piani per la ricostruzione:

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|Approfondimento a cura di Francesca Mazzocchi, Riccardo Luciani e Andrea Rapisardi|

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