Abitare: relazioni e connessioni nella creazione del fare comunità

INA Casa. Una casa per uno. Una casa per tutti
“Abitare come manifesto”, 30 giugno 2022

Contributo di Francesca Mazzocchi

Nel preparare questo intervento mi sono resa conto che c’è bisogno di cucinare una ricetta nuova: che parta dal farsi delle domande urgenti e profonde, che attinga alla copiosa letteratura sul tema, scegliendo con cura i pensieri più significativi, che abbracci una visione alta e sistemica, che usi uno sguardo inclusivo e che si immerga nella pratica della co-progettazione e nella co-creazione di linguaggi e visioni condivise.

Così ho ricomposto un quadro mentale in cui mi sono venuti in aiuto Ezio Manzini, il suo approccio metodologico e i concetti di prossimità e cura;  Nicola Capone, nel ridefinire la categoria ontologica dell’abitare e dell’ Oikodomeìn/ecodomia ossia “l’arte del ben costruire la casa”, l’arte di “fare proprio” un posto;  e ancora, la sfera pubblica di Hannah Arendt, e l’abitare sradicato di Nausicaa Pezzoni. Ma anche l’edicola “Il passo della Barca” di Bologna, il Corso di fitness Queer per persone transgender e la residenzialità distribuita per anziani di Barcellona, come esempi da cui apprendere.

Tutti questi ingredienti, di fatto cucinano un piatto in cui sapere e fare stanno insieme in modo indissolubile, così come il personale e il collettivo, l’individuale e il civico, il dentro e il fuori, il bisogno e la soluzione, lo stare e il transitare, l “hardware” e il “software”, la pietra e la carne, l’io, l’altro e il noi, il design e la serendipità. 

L’ ecodomìa allora – cito Nicola Capone – diventa una categoria utilissima e prioritaria, perché ci permette di cogliere la radice ultima dell’abitare, che consiste nell’arte di costruire la casa, che – come l’annidarsi degli uccelli – è il risultato di un processo di apprendimento continuo, un processo in cui viene tramata la rete di relazioni vitali con il vivente e con lo spazio circostante e i suoi elementi costitutivi. Occorre allora essere consapevoli che la “territorialità umana” ha a che fare con la sopravvivenza sociale e culturale, oltre che fisica. È un’urgenza. È una questione di vita o di morte. Prendere dimora ci consente di costruire quell’intimità a partire dalla quale possiamo godere del mondo, perché è a partire dalla “separatezza”, sapientemente costruita, che possiamo sentire bisogno del mondo e desiderarlo. 

Non si vive semplicemente “con” o “malgrado” gli altri esseri viventi, ma dobbiamo riconoscere che siamo  “implicati” gli uni agli altri e alle altre, esseri umani e non-umani, imparare a “sentire” l’alterità che siamo e dinanzi alla quale re-stiamo continuamente esposti. Un fare mondi, che è sempre un esercizio collettivo, un agire con le altre creature, un con-divenire, un con-fare, una “simpoiesi” – come direbbe Donna Haraway – in cui determinante è il primato ontologico della relazione sui singoli enti, per cui le creature non precedono mai le loro relazioni.

A partire da John McKnight , 25 anni fa, fino a Hilary Cottam oggi, si è discusso di come e perché una società in cui i cittadini invece di essere considerati persone in grado di stabilire relazioni di (reciproca) cura, vengono spinti nel ruolo utente-cliente di servizi professionalizzati. E’ da qui che parte la riflessione di Ezio Manzini raccolta nel libro “Abitare la prossimità”, dove si ripropone l’urgenza di una città che cura, della territorialità umana e della prossimità come antidoto all’atomizzazione sociale e al cittadino-utente e premessa essenziale alla creazione di relazioni umane… Relazioni che non si possono progettare, ma che si possono far accadere. In altre parole, le attività progettuali che possiamo mettere in atto non possono produrre direttamente prossimità e cura ma, facendo succedere qualcosa, possono generare le condizioni in cui prossimità e cura abbiano più possibilità e più probabilità di esistere e durare nel tempo. Evocativo in questo senso è l’esempio della sala da ballo riportato da Manzini, in cui la sala da ballo, la musica, la capacità di ballare, persone ben disposte a conoscersi,  non sono elementi che predefiniscono ciò che davvero succederà. Pista, musica, conoscenza condivisa delle regole del ballo sono ciò che rende degli incontri possibili e probabili. E questo è ciò che, concretamente, può essere progettato, il resto è serendipità. 

E ancora, dobbiamo necessariamente iniziare a domandarci cosa sia l’abitare per i migranti. Oggi l’Europa vive un fenomeno migratorio dalle proporzioni impensabili fino a dieci anni fa, che ha trovato una terra restia ad accogliere l’altro da sé, incapace non solo di ospitare le popolazioni che premono alle sue frontiere, ma anche di vederne il possibile contributo nel più ampio orizzonte dell’ideazione e della progettualità. I migranti ‘al primo approdo’ sono i registri di lettura con cui scoprire le geografie di un abitare contemporaneo tuttora da decifrare, un abitare che è approdo, transito, ghettizzazione, un “non ancora” e “forse mai”, un abitare che disegna una città diversa, quella di abitanti senza abitudini e di cittadini senza cittadinanza. E’ interessantissimo questo sguardo offerto da Nausicaa Pezzoni nel libro “La città sradicata”, ci dice che siamo di fronte a un’urbanistica implicata nella sperimentazione di più forme dell’abitare, poco o per nulle note, che non si riconoscono nel transito, nella migrazione e nella variabilità.

Tra prossimità, territorialità, bisogno e sogno, sta l’esperienza dell’edicola di comunità bolognese “Il Passo della Barca”, oggi una cooperativa impresa sociale, di cui sono soci oltre 100 cittadini del quartiere, nata su iniziativa popolare dal divario tra i bisogni delle famiglie – e in particolare dei bambini, ragazzi e degli anziani – e la capacità della comunità di appartenenza di dare risposte adeguate, attraverso la realizzazione di servizi di prossimità. I bisogni non sono solo quelli strettamente legati al disagio sociale e/o economico, ma più in generale quelli che determinano la qualità della vita e dalla cui risoluzione dipende lo stato complessivo di benessere dei cittadini: dalle relazioni di buon vicinato alla qualità del tempo libero; dalla cura dei propri figli al sostegno alla condivisione di spazi e beni, dalla presa in carico di piccole commissioni, fino all’accoglienza di amici e ospiti. 

Non è questa forse una vera e propria infrastruttura sociale, nata dalle relazioni orizzontali all’interno di una comunità, che scardina le definizioni e gli strumenti tradizionali della programmazione sociale?

Quindi, abbiamo più volte parlato di capacità di abilitare, di progettare le condizioni ma non gli esiti, di co-creazione; viene naturale domandarsi allora quale ruolo possa giocare l’attore pubblico in questi processi. Alcune direzioni ce le indica l’immaginazione civica (Cfr. Michele d’Alena “Immaginazione Civica, l’energia delle comunità dentro la politica”, 2021) come visione e strumento capace di creare spazi di dialogo, offrire opportunità e abilitare desideri. Dalla Scuola di azioni Collettive della Fondazione Innovazione Urbana di Bologna nasce Queer Fit, il primo corso di fitness in Italia organizzato da persone transgender per persone transgender, nato non dal design della soluzione, ma dalla creazione di uno spazio di opportunità e apprendimento condiviso, dentro al quale sono successe delle cose, si sono costruite delle alleanze, è emerso un bisogno e si è co-costruita una soluzione.

A Barcellona invece è il Comune a costruire la policy e l’infrastruttura sociale che favorisce la socialità degli anziani scardinando il sistema tradizionale delle residenze “silver age” o RSA, come si direbbe in Italia. Rivoluzionando il sistema sanitario e riorganizzando i servizi in una logica di prossimità creando una “residenza virtuale distribuita” in cui una persona riceve, nella propria casa e nel quartiere, gli stessi servizi che riceverebbe in una residenza per anziani. E, così facendo, permettere loro di continuare a vivere, e a vivere bene, lì dove da tempo hanno abitato e intessuto le relazioni di un’esistenza.

Non bisogna solo costruire luoghi per abilitare connessioni, non si può prevedere uno spazio e tutte le sue funzioni, fare spazio ai luoghi significa fare spazio alla cura, fare spazio alla cura significa anche fare spazio al vuoto, il vuoto perturbante è il luogo delle relazioni impreviste, in cui se c’è collettivizzazione della cura non c’è paura. 

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