Rignerar(si) – ispirandosi alla natura

Maggio è tempo di bilanci e quello che abbiamo alle spalle è stato un anno speciale, in positivo e in negativo e le energie, le intelligenze e gli sforzi che abbiamo messo in campo meritano una menzione speciale.

Merita ricordare che non siamo solo dei consulenti ma siamo degli imprenditori, che le strategie che suggeriamo ai nostri clienti spesso le abbiamo provate e messe in campo, perché il cambiamento siamo i primi a praticarlo (o perlomeno ci proviamo). Merita raccontare che siamo una cooperativa e che forse questa forma comunitaria, di responsabilità collettiva, di protezione reciproca, è ciò che ha contribuito a fare la differenza, nel tenere la rotta nel mare in tempesta. Merita sottolineare che siamo diventati impresa sociale e che questa scelta non è maturata in tempi pandemici ma si è concretizzata al termine di un anno in cui abbiamo molto riflettuto sul mondo che vorremmo e su come intendiamo disegnare il perimetro del nostro agire nella società. Merita ringraziare l’empatia, la solidarietà e l’enorme profusione di impegno e dedizione dei nostri collaboratori

Merita anche comunicare ai nostri clienti e stakeholders quello che abbiamo immaginato, messo a terra e ottenuto, pur in questi tempi di incertezza, non smettendo mai di studiare, rischiare e crederci.

Ha senso raccontare tutto ciò per dimostrare che una visione strategica è fondamentale per surfare il presente, continuando ad assicurarsi un futuro, e che la capacità di resiliere è essa stessa un progetto che ha bisogno di essere disegnato e sviluppato. 

Nel nostro operato si possono sicuramente rintracciare gli elementi di base del nostro approccio, fondato sul design sistemico, la theory of change, con alcuni aspetti di human-centred design, le competenze di business strategy e un pizzico di creatività generativa come ingrediente segreto della ricetta.

Ma il nostro purpose, non è solamente cambiare il mondo, è farlo aiutando altri a saperlo fare, consapevoli della natura collettiva del cambiamento. Dalla nostra capacità di agire, come singoli e come organizzazioni, dipende l’impatto che saremo in grado di imprimere nella società. “Coniugando autonomia e collaborazione, è possibile sviluppare inedite forme di intelligenza progettuale. Per il bene proprio, della comunità di cui si fa parte e della società nel suo complesso” (cfr. Ezio Manzini, Politiche del quotidiano, 2018).

Miniguida al redesign delle organizzazioni

Abbandoniamo il termine resilienza, tanto abusato in questa fase storica, e abbracciamo l’ antifragilità, un concetto più sottile e complesso che ingloba molto bene una visione sistemica, abbiamo detto necessaria. L’antifragilità è il vero opposto del concetto di fragilità. Denota la caratteristica di un sistema di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni, al fine non di proteggersi bensì di adattarsi. Un sistema antifragile abbraccia l’imprevisto, l’incertezza, ne assume positivamente il rischio. (cfr. Nassim Taleb, Antifragile – Prosperare nel disordine, 2013).

L’antifragilita’, inoltre, si ispira ai modelli della natura e noi ci vogliamo vedere e comportare come una pianta.  

Suddividiamo ciò che è emergenza da ciò che è sviluppo e riserviamo a questi due ambiti azioni e pensieri diversi.

Definiamo un flusso organizzativo e operativo per l’emergenza (team, meeting, attività, tempi, risorse) separato e parallelo rispetto al flusso per lo sviluppo, con il quale affrontare l’oggi e non il domani.

Ricordiamoci sempre di ascoltare come si sentono le persone, cosa provano e di cosa hanno bisogno. Raccolte queste informazioni suddividiamole tra ciò che possiamo effettivamente mettere in campo (su queste creiamo un progetto) e cosa invece non è possibile corrispondere (di questo informiamo le persone coinvolte).

Approfittiamo, in questa momentanea sospensione della quotidianità e delle sue incombenze, per fare pulizia e liberarci dei pesi del passato, rifare i conti e contenere i costi inutili o superflui, se necessario e fattibile avere il coraggio di tagliare i rami secchi (ambiti di business poco produttivi o poco focalizzati rispetto al nostro purpose);

Consideriamo che non essere toccati da una crisi sistemica è impossibile: per quanto consentito, quindi, conviene scegliere cosa abbandonare e cosa invece merita difendere fino all’ultimo e qui si innesta il pensiero strategico, su cui dobbiamo investire per ridisegnare il nostro futuro ed avviare una nuova fase di sviluppo.

Adesso, guardiamo il mondo e guardiamo a noi. Cerchiamo nel mercato i segnali deboli: nella crisi, piccole opportunità valgono doppio e contemporaneamente focalizziamoci o rifocalizziamoci sul chi siamo e sul perchè ha senso il nostro agire nel mondo. Questo processo deve essere collettivizzato il più possibile tra le persone dell’organizzazione, il core della nostra attività è uno squisito esercizio di intelligenza collettiva, l’energia che percorre il nostro fusto deve raggiungere tutte le nostre estremità, le foglie e i frutti. (cfr. “ART. 3 La Nazione delle Piante non riconosce le gerarchie animali, fondate su centri di comando e funzioni concentrate, e favorisce democrazie vegetali diffuse e decentralizzate” – Stefano Mancuso, La nazione delle piante, 2019)

Attiviamo gruppi di lavoro che si concentrino sullo studio/analisi del contesto socio-economico e dei cambiamenti in corso da un lato; e su nuovi servizi/prodotti che possano essere soluzioni ai bisogni emersi da questo nuovo scenario.

Diamoci un ritmo e degli obiettivi, rispettando i nuovi tempi di vita e di lavoro che prima la pandemia ci ha imposto e poi ci ha lasciato in dono, come fossero stagioni.

Sfruttiamo la flessibilità a nostro vantaggio, lavoriamo per obiettivi, senza stressare le persone con orari rigidi. La creatività è un movimento fluido e i frutti non tarderanno a maturare.

Adesso: CREA

Immergiamoci più a fondo nelle implicazioni di ciò che abbiamo appreso e capiamone gli impatti sul modo di comunicare le proposte di valore esistenti; sulla costruzione di nuove proposte e sulla società: qual è l’impronta che vogliamo lasciare, generare e come intendiamo misurarla.

Sviluppiamo azioni specifiche che possiamo intraprendere ora per servire meglio il nostro ecosistema e apriamo un cantiere con le altre idee a cui poi tornare mentre viriamo verso una nuova offerta.

L’estate è un buon tempo, sia per la semina, sia per la raccolta.

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Siamo un’istituzione del futuro. Siamo il terzo settore che non c’era. Un nuovo intermediario sociale tra lo stato e il mercato. Siamo il lavoro del futuro. Siamo una comunità di costruttori coscienti del nostro destino planetario.